Della serie "non mi faccio mancare nulla", ho passato il week end a teatro. Lo stesso teatro, tra l'altro. Concerto di Francesco De Gregori e spettacolo di Roberto Vecchioni. Mi sono piaciuti entrambi, alla faccia del nuovo che avanza. Due artisti diversi, uno silenzioso ed uno ciarliero, due stili diversi, ma in comune la non comune dote di tenere l'attenzione alta, di pesare le parole, le espressioni, di rendersi terribilmente attraenti. De Gregori, sprezzante del pericolo, ha scelto una scaletta low-profile con brani che non sentivo da anni dal vivo come "La ballata dell'uomo ragno" . Vecchioni ha privilegiato l'oggi del suo disco "Di rabbia e di stelle" con note di commozione vibrante soprattutto su "Le rose blu" dedicata ad uno dei suoi figli. E' un periodo che mi commuovo poco, sono poche le emozioni a cui permetto di vibrare nel profondo dell'anima, ma ho aperto una parentesi in entrambe le serate. De Gregori al pianoforte intona e sussurra "Sempre e per sempre" (il modo in cui vorrei imparare ad amare). Vecchioni propone in una versione molto intima "Le lettere d'amore" (il modo in cui so amare).